Home NEWSLETTER NEWSLETTER-ISCRITTI-COORD-EX-UBI La Violenza Economica

La Violenza Economica

La violenza economica è una forma di abuso che colpisce molte donne in tutto il mondo, spesso in modo silenzioso e invisibile. Si tratta di una forma di controllo e manipolazione che si esercita attraverso il denaro e le risorse economiche, rendendo le donne dipendenti dagli uomini e limitando la loro autonomia e libertà.

Non lascia lividi visibili, ma segna profondamente la vita di chi la subisce. È la violenza economica, una forma di abuso ancora poco riconosciuta ma diffusissima, che si manifesta quando il controllo del denaro diventa strumento di dominio. In molte relazioni violente, infatti, il potere non passa solo attraverso minacce o aggressioni fisiche, ma attraverso il controllo sistematico delle risorse finanziarie, trasformando la dipendenza economica in una vera e propria prigione.

Si verifica quando il partner impedisce alla donna di lavorare, le sottrae lo stipendio, controlla ogni spesa, la costringe a firmare documenti o contratti senza informarla, oppure la esclude deliberatamente dalla gestione del patrimonio familiare.

Il meccanismo è subdolo: all’inizio può sembrare “protezione” o “organizzazione familiare”. «Ci penso io ai soldi», «Non hai bisogno di lavorare», «Dammi il bancomat, gestisco tutto io». Frasi apparentemente rassicuranti che, nel tempo, si trasformano in strumenti di controllo. Senza accesso diretto al denaro, senza un conto corrente intestato o con uno stipendio sistematicamente requisito, la donna perde autonomia e, con essa, la possibilità concreta di scegliere.

La dipendenza finanziaria è uno dei principali ostacoli alla fuoriuscita da relazioni abusive. Molte donne non lasciano il partner violento non perché non vogliano, ma perché non possono. Non hanno risparmi, non hanno una casa alternativa, spesso non hanno un lavoro o lo hanno perso proprio su pressione del compagno.

Posso citare ad esempio il caso Maria (nome di fantasia), 42 anni, due figli,  che racconta di aver smesso di lavorare dopo la nascita del secondogenito. «Diceva che il mio stipendio era inutile, che conveniva restassi a casa. Poi ha iniziato a darmi 20 euro al giorno per la spesa, chiedendomi lo scontrino per ogni cosa». Quando la violenza verbale è diventata fisica, Maria ha pensato di andarsene. Ma senza reddito, con due bambini e nessun conto corrente personale, l’idea di trovare un affitto e mantenere la famiglia le sembrava impossibile. «Avevo paura di non riuscire a dar loro da mangiare».

Un altro caso è quello di Sara ( nome di fantasia ), 29 anni, impiegata part-time. Il compagno le ha imposto di versare lo stipendio su un conto cointestato di cui però solo lui gestiva le credenziali online. Ogni spesa veniva criticata, ogni acquisto considerato “uno spreco”. Quando Sara ha espresso il desiderio di separarsi, lui ha minacciato di lasciarla senza un euro e di non pagare il mantenimento. «Mi ripeteva che senza di lui non ero nessuno, che non sarei stata capace di mantenermi».

La violenza economica può assumere anche forme più sofisticate: l’accensione di prestiti a nome della partner, la creazione di debiti inconsapevoli, il sabotaggio sul posto di lavoro attraverso telefonate continue o scenate che mettono a rischio l’occupazione. In questi casi, l’obiettivo è uno solo: rendere la donna fragile, ricattabile, dipendente.

Il fenomeno non riguarda solo famiglie a basso reddito. Può verificarsi in qualsiasi contesto sociale. Anzi, in ambienti economicamente agiati il controllo può essere ancora più invisibile: carte di credito limitate, “paghette” mensili, esclusione dalle decisioni patrimoniali importanti. La ricchezza, in questi casi, non è garanzia di libertà.

Il problema si intreccia con un dato strutturale: in Italia il tasso di occupazione femminile resta tra i più bassi d’Europa. La disparità salariale, il lavoro precario, il peso sproporzionato del lavoro di cura rendono molte donne economicamente vulnerabili. In questo contesto, la scelta di lasciare un partner violento non è solo emotiva, ma profondamente materiale.

I centri antiviolenza raccontano che una delle prime richieste delle donne che chiedono aiuto riguarda proprio il lavoro e la casa. «Dove vado? Come mantengo i miei figli?» sono domande ricorrenti. Senza un’autonomia finanziaria minima, la libertà resta teorica.

Contrastare la violenza economica significa allora agire su più livelli: educazione finanziaria, promozione dell’occupazione femminile, condivisione reale delle responsabilità familiari, strumenti di sostegno economico per chi decide di uscire da una relazione abusante. Ma significa anche cambiare narrazione: il controllo del denaro non è “gestione”, è potere. E quando quel potere viene usato per limitare, umiliare, impedire l’autonomia dell’altra persona, diventa violenza.

Riconoscere la violenza economica è il primo passo per spezzare una catena invisibile ma resistente. Perché nessuna donna dovrebbe trovarsi a scegliere tra la propria sicurezza e la possibilità di pagare l’affitto. La libertà, in una società che si definisce equa, non può dipendere da un bonifico concesso o negato.

La violenza economica non è sicuramente una questione privata: è una questione di diritti, di libertà, di democrazia.

Per questo come UNISIN Donne & Pari Opportunità riteniamo fondamentale riconoscerla, nominarla e contrastarla con strumenti concreti: lavoro stabile, autonomia economica, educazione finanziaria, condivisione delle responsabilità familiari e una rete di sostegno reale per le donne che decidono di uscire da relazioni abusive.

Perché l’indipendenza economica non è un privilegio. È una condizione essenziale di libertà.

Elisa Ghidini  –

Coordinamento Donne & Pari Opportunità Unisin Confsal