
Sguardo maschile sulla violenza contro le donne: educazione sentimentale, cultura del rispetto e dovere collettivo di cambiare
Scrivere di me significa, inevitabilmente, scrivere di loro.
Delle donne.
Delle loro voci spezzate e insieme indomite, dei silenzi che gridano più delle parole, delle ferite che non cercano spettacolo ma giustizia. Ogni storia che ho ascoltato non è stata soltanto cronaca: è stata rivelazione. È stata uno specchio.
Sono un uomo.
E sono un giornalista pubblicista.
Queste due identità non vivono separate: si interrogano, si sfidano, si giudicano. Perché essere uomo, oggi, in un tempo attraversato da una violenza che colpisce le donne con una frequenza intollerabile, non è una condizione neutra. È una responsabilità morale, culturale, civile.
Ho scelto di ascoltare.
E ascoltare, davvero, è un atto alto. Significa sospendere il giudizio, abbandonare la tentazione di spiegare ciò che non si è vissuto, rinunciare alle scorciatoie delle semplificazioni. Significa restare accanto al dolore senza appropriarsene. Significa riconoscere che ogni racconto di violenza è un universo che si incrina.
Ho compreso che la violenza non inizia con il gesto estremo.
Inizia con la parola che umilia.
Con il controllo che si traveste da premura.
Con la gelosia che si maschera da amore.
Con l’idea, insinuata e mai dichiarata, che una donna debba qualcosa.
La violenza è un processo.
È un’erosione lenta del rispetto.
È una pedagogia distorta che insegna il possesso invece della libertà.
Per questo la violenza contro le donne non è un “problema delle donne”.
Non è una questione privata.
Non è un fatto isolato.
È un problema degli uomini.
È un problema culturale.
È una questione di educazione sentimentale, di linguaggio, di potere.
Ma è soprattutto un problema di tutti.
È di tutti quando si ride a una battuta che umilia.
È di tutti quando si minimizza un segnale.
È di tutti quando il silenzio diventa complicità.
Ogni volta che una donna mi affida la sua storia, io avverto il peso sacro di quella fiducia. Non mi consegna solo un evento: mi consegna una parte della sua vulnerabilità, una memoria che ancora pulsa, una dignità che esige ascolto.
E allora la mia penna non può essere neutrale.
Non scrivo per l’indignazione passeggera. Scrivo per incidere. Perché dietro ogni numero c’è un nome.
Dietro ogni nome c’è un volto. Dietro ogni volto c’è una vita interrotta o trasformata dalla paura.
Come uomo, riconosco che la mia appartenenza di genere mi impone una riflessione più severa. Non porto colpe che non mi appartengono, ma porto una responsabilità: quella di interrogare la cultura che mi ha formato. Una cultura che troppo spesso ha confuso forza con dominio, virilità con controllo, orgoglio con superiorità.
La vera forza, invece, è misura.
È autocontrollo.
È rispetto.
È la capacità di accettare un rifiuto senza trasformarlo in rancore.
È saper amare senza possedere.
Ci è stato insegnato che l’uomo non deve vacillare. Ma l’invulnerabilità è un’illusione fragile. La maturità è riconoscere le proprie fragilità senza farle esplodere contro qualcuno.
Mi rivolgo agli uomini.
Non per accusare, ma per chiamare alla responsabilità. Il cambiamento non può essere delegato a chi subisce. Deve nascere da chi ha il dovere di rivedere sé stesso, il proprio linguaggio, le proprie reazioni, il proprio modo di intendere l’amore.
Mi rivolgo alle donne con rispetto autentico.
Non per parlare al loro posto, ma per dire che la loro voce è fondamento, non eco. Che il loro dolore non è eccesso emotivo, ma esperienza concreta. Che la loro forza non è retorica, ma resistenza quotidiana.
La violenza contro le donne è una ferita collettiva.
Finché una sola donna avrà paura di dire no, di andarsene, di vivere libera, nessuno potrà dirsi pienamente civile.
Scrivere, per me, è un atto etico.
È trasformare la cronaca in coscienza.
È dare alla parola una funzione di luce.
Sono un uomo.
E scelgo di non essere spettatore.
Scelgo di credere che l’amore sia libertà condivisa e non possesso.
Che il rispetto sia fondamento e non concessione.
Che la dignità non abbia genere.
Se anche una sola coscienza si fermerà a riflettere, allora la mia voce avrà avuto senso. Perché la responsabilità di essere uomo, oggi, non è un privilegio: è un compito.
E in questo compito, nessuno è escluso.
Fabrizio Montanari
(Dirigente Sindacale UNISIN)












